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Prima guerra modiale sul fronte trentino

Il fallito assalto del battaglione alpino Morbegno al ghiacciao di Presena
9 giugno 1915

confine al passo del TonalePoche ore prima dell'inizio delle ostilità tra l'ex alleato regno d'Italia e l'impero d'Austria, il presidio italiano al passo del Paradiso abbandonò le posizioni che teneva sulle creste dei Monticelli e del Castellaccio e rientrò in tutta fretta nel fondovalle del Tonale. Chi avesse dato un ordine così insulso e scellerato proprio in quel momento non è noto. Fatto sta che le vedette austriache che stavano a pochi passi dalle postazioni italiani abbandonate, corsero ad occuparle e a sistemarle a difesa. Era la sera del 23 maggio 1915 quando un dispaccio telefonico annunciava lo stato di guerra tra le due nazioni.

Presso il comando della 5ª divisione alpini l'errore commesso divenne subito evidente e occorreva porvi rimedio al più presto. Dalla cresta di quelle montagne, infatti, non solo si poteva dominare tutto il fondovalle del passo, ma la vista spaziava verso nord-ovest, oltre Ponte di Legno per tutta la Val Camonica.

Per la riconquista di quella importante posizione venne chiamato da Precasaglio il battaglione alpino Morbegno, l'unico ad esseere presente in quel momento sul posto con tutte e tre le compagnie (44ª, 45ª e 47ª), al comando del tenente colonnello Riccardo Castelli. Gli alpini si batterono con valore e ostinazione ma, nonostante avessero a che fare solo con un velo di Landesschützen, furono costretti a battere in ritirata, dopo aver subito perdite dolorose.

Il fatto bellico, il primo avvenuto in alta quota, fu descritto nei particolari da Luciano Viazzi nel libro "La guerra bianca sull'Adamello" ma, come succede quasi sempre nelle pubblicazioni italiane, non ha tenuto conto delle fonti dell'ex avversario. A ciò ha posto rimedio il capitano della riserva austriaco Karl Karlik in un articolo pubblicato nel quaderno 10 della rivista Pallasch, anno 2001. L'autore ha attinto praticamente tutto dal libro di Viazzi, rettificando però alcuni passaggi e inserendo per completezza di informazioni alcuni interessanti resoconti accertati dalle fonti austriche. Per inciso il capitano Karlik, che all'epoca dei fatti non aveva compiuto i 18 anni, nel 1916 fu mandato come alfiere proprio nel settore di Presena dove poté raccolgiere le testimonianze dei compagni che avevano preso parte allo scontro del 9 giugno 1915. Un paio d'anni dopo Karlik ricevette la medaglia d'oro al valore per il l'assalto di Punta S. Matteo sul monte Mantello.

La descrizione che segue è la traduzione dal tedesco del testo di Karlik che, a sua volta, ha tradotto punto per punto, il testo italiano, salvo togliere alcune imprecisioni, come, ad esempio, le presunte mitragliatrici che gli austriaci non avevano (se così fosse stato forse il battaglione Morbegno sarebbe stato completamente annientato). Ma veniamo al racconto

Alle ore 6 e tre quarti di quella mattina del 9 giugno, le tre compagnie di alpini e due reparti mitraglieri raggiunsero il Maroccaro. Qui, sul piccola avvallamento che li occultava alla vista degli austriaci di passo Paradiso, si prepararono per l'assalto.

In base al piano predisposto dal comando italiano, le compagnie alpini 44ª e 45ª dovevano attaccare con la massima veemenza le posizioni che gli austriaci avevano disposto in prossimità dei laghetti, per sbarrare il passo Paradiso fino al Tonale. Il controllo di questa posizione doveva consentire ai battaglioni Val Camonica e Val d'Intelvi l'ascesa dal Tonale e, una volta riuniti col Morbegno, procedere alla completa occupazione della conca di Presena e della dorsale dei Monticelli che costituiva il picco avanzato delle sinistra austriaca di tutto il fronte del Tonale. Per il momento la 47ª compagnia doveva restare in riserva presso il comando di battaglione al Maroccaro.

Alle prime luci del mattino del 9 giugno, il comandante di forte Mero a passo Tonale, il primo tenente Gustav Linert del reggimento Landesschützen N° II , stava rientrando dal consueto giro d'ispezione notturno nel perimetro antistante le opere di difesa ravvicinata, per recarsi al ricovero del fortino, quando gli si fece incontro la vedetta che gli comunicò che al passo del Maroccaro dovevano trovarsi gli italiani dal momento che il ghiacciaio era "nero di soldati" ("schwarz von Soldaten"). Dopo aver brevemente constatato col binocolo la veridicità di quell'avvistamento, il primo tenente Linert corse al posto telefonico da dove, attraverso il comando di settore, mise in allarme la guarnigione di Paradiso. Egli fece dire al primo tenente Quandest che doveva far schierare immediatamente i suoi uomini nelle postazioni difensive, perché gli alpini avevano mandato avanti un reparto di sciatori che, attraverso il ghiacciaio, si stavano dirigendo su passo Paradiso, inoltre altre due compagnie nemiche erano in procinto di sferrare l'attacco.Gustav Linert

Il primo tenente Gustav Linert

Dato l'allarme, il comando di settore ordinò ai comandanti dei forti Tonale e Presanella di mandare i cannonieri ai loro posti di combattimento e aprire il fuoco non appena gli italiani sarebbero entrati nel raggio di tiro dei pezzi.

Intanto uno sciatore portaordini che da baita Mandrone era giunto presso il distaccamento di passo Paradiso, aveva recato la notizia che alle ore 5 circa, una settantina di sciatori italiani che avevano superato passo Pisgana, erano stati presi a fucilate dal presidio di Mandrone. Il comandante degli sciatori della baita temeva un attacco e domandava rinforzi. Le intenzioni del primo tenente Quandest, cioè mandare aiuto al piccolo presidio di Mondrone che appariva così seriamente minacciato, non poterono più essere tradotte in realtà perché sia il comando del settore sia le sue stesse vedette, nonché gli osservatori dell'artiglieria che stavano a punta Tonale, avvertivano che il nemico si apprestava ad attaccare in forze la sua stessa posizione. Il portaordini giunto da Modrone non poteva dire se era seguito da qualcuno dato che aveva sciato immerso nella nebbia e non aveva visto l'avvicinarsi degli italiani.

Nel piccolo attendamento di Paradiso, dove gli uomini del presidio erano ricoverati alla meno peggio, riecheggiò il grido di allarme.

L'organico dei militari che presidiavano il settore Paradiso al 9 giugno 1915 ammontava a: 1 ufficiale, 2 cadetti e 94 militari del IX battaglione di marcia del reggimento Landesschützen N° II. A questi si aggiungevano gli uomini dell'osservatorio di artiglieria, vale a dire 1 ufficiale e 16 artiglieri. Ma tolti gli uomini che per necessità stavano permanentemente di guardia nei punti valicabili o erano in osservazione per l'artiglieria, lungo la dorsale in quota Castellaccio-Paradiso-Monticelli, a fronteggiare l'attacco italiano erano a disposizione solamente 75 uomini circa.

I militari che erano stati preventivamente comandati a costituire una cintura di sbarramento andarono di corsa ai loro posti avanzati per formare una linea difensiva prima dell'arrivo dei nuclei di sciatori. Avvenne così che i primi difensori ad accorrere si scontrassero con una pattuglia di sciatori italiani. Si accese lo scontro a fuoco e i primi alpini ad arrivare vennero presto sopraffatti. I Landesschützen poterono così occupare senza inconvenienti la linea difensiva avanzata. Gli altri sciatori che seguivano si arrestarono ad una distanza di 3/400 metri e aprirono il fuoco a loro volta. I difensori furono bersaglio di una intensa fucileria, tuttavia i colpi radenti degli alpini risultavano troppo alti rispetto alle ben coperte posizioni dei Landesschützen.

Il primo tenente Quandest, valutando correttamente la situazione in cui si era venuto a trovare, riconobbe la necessità di dovere dividere le sue forze altrimenti sarebbe stato accerchiato da un avversario troppo superiore di numero. Il piccolo nucleo di sciatori che aveva con sé lo dispose sui pendii scoscesi e profondamente innevati del proprio fianco destro. Appoggiati alle ripide pareti rocciose alte 3.100 metri della Cresta di Casa Madre, dovevano sventare ogni tentativo di aggiramento da quel lato da parte del nemico. Un altro gruppo di uomini ebbe l'ordine di portarsi sul fianco sinistro, al coperto di costoloni e muraglie del ghiacciaio di Presena. Loro compito: impedire l'aggiramento dal quel lato e possibilmente prendere d'infilata con il proprio fuoco il battaglione di alpini.

A difendere la posizione, in quel punto priva di qualsiasi ostacolo naturale del terreno, dall'attacco frontale che le compagnie nemiche avrebbero portato, non rimanevano che una cinquantina di uomini. Riserve nessuna, niente mitraglatrici, né bombe a mano. Con sole 120 cartucce per ogni tiratore, si doveva fermare un nemico quasi cinque volte superiore. Impossibile contare su rinforzi e rifornimento di munizioni perché un dislivello di quasi 1.000 metri e un'ampia distanza orizzontale separavano il piccolo distaccamento dalle truppe amiche più vicine.svolgimento dell'azione

Marcia di avvicinamento del battaglione Morbegno e combattimento in alta quota del 9 giugno 1915.

Al grido corale di "Savoia!" le compagnie di alpini iniziarono il loro poderoso attacco. I Landeschützen iniziarono a sparare da circa 450 metri non appena il nemico, giunto davanti al più grande dei laghetti di Presena, si divise in due ali per proseguire la sua avanzata.

Gli austriaci prendevano la mira con cura e sparavano lentamente, ben sapendo che ogni cartuccia era preziosa e non poteva essere rimpiazzata. Gli alpini, al contrario, rispondevano a questi tiri mirati, con un fuoco rapido, impreciso e nervoso, che contro i ben coperti Schützen non ebbe quasi nessun effetto.

Un ufficiale italiano, il sottotenente Petterino (Giuseppe Edoardo Petterino di Vercelli, nda), che precedeva distanziato il suo plotone, fu la prima vittima a cadere, colpito mortalmente da un tiratore scelto. Il suo corpo senza vita scivolò giù per un buon tratto del pendio ghiacciato, come se avesse voluto precedere i suoi soldati anche da morto.

Gli alpini ebbere le prime gravi perdite, ma senza curarsene proseguivano decisi il loro movimento in avanti. Ad un certo punto, giunti a portata di tiro dei cannoni dei forti Tonale e Presanella, cominciarono a sentirne gli effetti micidiali. Improvvisamente il cielo si riempì di nuvolette azzurrognolo-rossastre degli shrapnel che al ritmo delle salve esplodevano sopra le teste degli assalitori. Con le loro uniformi grigio-verdi gli alpini risaltavano benissimo sul fondo bianco immacolato della vedretta priva di ripari, rappresentando così un bersaglio ideale. Ma senza preoccuparsi di quanti cadevano, le dense frotte di italiani proseguivano la loro spinta in avanti a ondate successive sul fondo ghiacciato in forte pendenza, sempre più verso le posizioni austriache.

Il primo tenente Quandest, fortemente preoccupato per il consumo di munizioni dei suoi uomini, ordinò che a sparare fossero solo i tiratori scelti di prima e seconda classe, gli altri dovevano tenersi al riparo e sporgere i fucili carichi ai compagni. Lo sbarramento di fuoco si ridusse ancora di più, ma i suoi effetti non diminuirono più di tanto. Fu questa l'occasione per mettere a frutto tutta la perizia che i tiratori scelti avevano affinato nei poligoni durante gli anni di pace. I colpi preparati con calma in posizioni ben riparate, raramente mancavano il bersaglio. Nel giro di poco tempo l'intera vedretta fu cosparsa di morti e feriti, ma il comportamento degli alpini fu ammirevole. Anche se lentamente ma con determinazione, si stavano aprendo la strada verso il passo. Sfruttando con abilità le irregolarità del suolo che solitamente vi sono tra gli anfratti del margine roccioso ed il ghiacciaio, il capitano Villani, favorito da un banco di nebbia, riuscì a condurre un paio dei suoi plotoni a meno di cento metri dalle posizioni austriache, e tutto lasciava credere che l'assalto decisivo sul fianco sinistro fosse ormai imminente. Brandendo in alto la sua piccozza come incitamento, uscì allo scoperto davanti ai suoi uomini. Dalla parte austriaca fu dato un ordine: i tiratori usciti dai ripari spararono tutti insieme da distanza ravvicinata. Un proiettile fece stramazzare al suolo il prode capitano. Caddero altri due ufficiali e l'attacco che apparivava tanto pericoloso poco prima, fu stroncato sul nascere da quel fuoco micidiale. I difensori furono sul punto di essere sopraffatti come testimoniavano gli alpini caduti a nemmeno 10 metri dai loro appostamenti. Invano i pezzi da 149 di forte Corno d'Aola (Prepazzone per gli austriaci) cercarono di intervenire per appoggiare l'assalto italiano: i loro colpi cadevano senza effetto nei roccioni del Castellaccio.

Riferimenti bibliografici e link: